Il prezzo di un'emozione
di Alex Rusconi
Continuo
a rigirare tra le mani questa moneta da 20 centesimi, ricevuta come
resto al casello dell’autostrada.
E continuo a ripetermi se ho fatto la cosa giusta.
In realtà so già di aver sbagliato.
Vengo spesso a Milano per lavoro e mi sono abituato a lasciare l’auto
in un parcheggio pochi chilometri fuori l’autostrada e prendere
la metropolitana per raggiungere il centro. Lo considero un compromesso
utile ad evitarmi il traffico milanese, fatto di persone chiuse nelle
auto che hanno perso il contatto con la propria umanità e sono
divenute tutt’uno con il mezzo, condividendone il cuore d’acciaio.
Nemici. Nemici l’uno dell’altro e pronti ad arrabbiarsi
se la macchina davanti a loro non parte immediatamente allo scattare
del verde o dimentica una freccia ovvia in prossimità di una
curva.
Ogni volta che sono entrato a Milano in auto mi sono assicurato un buon
mese di inferno, per le colorite espressioni che mi uscivano dalla bocca,
rivolte soprattutto a me stesso quando mi rendevo conto che anch’io
ero entrato a far parte del club dei ‘senz’anima’.
Così adesso evito il problema, parcheggio a Cascina Gobba e prendo
la Metro.
Per chi, come me, proviene da una città che non ne è fornita,
la metropolitana è un mondo a parte, una dimensione nuova che
mi ricorda in ogni momento che sono lontano da casa. Un microcosmo del
quale fanno parte persone sconosciute e sensazioni che mi piace approfondire
durante il breve tragitto.
La cosa che mi colpisce è il buio fuori dai finestrini.
E’ come una piccola notte che fa parte del giorno: le luci sempre
accese delle carrozze, i finestrini completamente neri ad eccezione
di quando si raggiunge una stazione, l’atmosfera tranquilla e
silenziosa di una sera artificiale.
Mi chiedo cosa accadrebbe se un guasto ci costringesse a fermarci a
metà di una delle lunghe gallerie: magari ci farebbero uscire
ordinatamente e camminare in fila indiana su marciapiedi che costeggiano
le rotaie (ma dei quali ignoro l’esistenza).
Magari ci pregherebbero di rimanere seduti tranquilli in attesa che
venga risolto il problema.
Una cosa è certa: se dovesse accadere una cosa simile, improvvisamente
tutti questi sconosciuti si ricorderebbero di far parte dell’umanità
civile e magari nascerebbero delle amicizie.
Chissà se questa signora seduta davanti a me, all’apparenza
arcigna, mi racconterebbe delle sue sere sempre uguali con suo marito,
in attesa di un week end nel quale potrà passare qualche ora
con gli amati nipoti.
Probabilmente farei amicizia con quel ragazzo che, seduto nell’angolo
con le orecchie protette da cuffie stereo, gode della sua asocialità
chiudendosi in un mondo che nessuno può contaminare. Scoprirei
che è solo molto timido e che nella vita ha moltissimi amici
e moltissime doti, tutte indirizzate verso l’arte e la cultura.
Le persone danno il peggio di sé stesse in metropolitana.
Una ragazza sta armeggiando con il telefonino.
Forse sta risolvendo con un sms un grave problema di lavoro, forse sta
semplicemente scrivendo parole dolci al suo ragazzo.
O forse sta solo fingendo, per sollevare sé stessa dal silenzio
e barricarsi dietro a un cellulare, in attesa della sua fermata.
Molti stanno leggendo: chi un giornale, chi un libro. E’ facile
concentrarsi qui dentro, non ci sono grandi elementi di disturbo. Ogni
volta mi riprometto di portarmi anch’io qualcosa da leggere e
immancabilmente dimentico di farlo per ricordarmene solo quando è
troppo tardi.
Ad una fermata sale un ragazzo, sembra uno zingaro, con una fisarmonica
tra le mani e una bambina di forse cinque anni al suo fianco.
Mentre inizia a suonare senza che nessuno ne sentisse il bisogno, la
piccola gira per i passeggeri con in mano un bicchiere di McDonald malconcio.
Spera che qualcuno butti nel bicchiere una monetina, confida nel talento
del ragazzo con la fisarmonica, che forse è il fratello maggiore,
forse un amico, forse un estraneo.
Un’uomo con il pizzetto brizzolato comincia a discutere con il
ragazzo, rimproverandolo a voce alta per lo sfruttamento della bambina.
Il ragazzo lo guarda con gli occhi vuoti e non dice nulla, continuando
a suonare lo strumento come se il signore davanti a lui non esistesse.
Poi si aprono le porte e il ragazzo scende, seguito dalla bambina.
Nella carrozza è come se nulla fosse successo. La maggior parte
delle persone, io fra questi, non hanno messo nessuna moneta nel bicchiere
malconcio del McDonald. Non hanno fatto una piega ed hanno continuato
a fare ciò che stavano facendo: leggere, scrivere sul telefonino
o, come nel mio caso, giocare con il biglietto della metro osservandolo
con esagerata attenzione.
Una signora appena salita si siede davanti a me. Non è più
giovane, ha sicuramente superato i sessanta, ma è vestita come
una ragazzina, con la gonna sopra il ginocchio, collant bianchi e un
giubbetto di jeans. Molto truccata ma spettinata e con i denti gialli
che contrastano con il rosso acceso del rossetto.
Noto che ha dei peli scuri che si intravedono sotto i collant all’altezza
delle ginocchia. Forse controllandosi allo specchio non li aveva visti
perché, stando in piedi, i collant sono meno tesi. Adesso che
è seduta, con le calze in piena tensione, si vedono molto bene
e mi imbarazza il fatto di essere proprio lì davanti, in prima
fila per questo spettacolo non richiesto. Mi fa tenerezza, come tutte
le persone che non sanno adeguarsi alla propria età e non accettano
di invecchiare.
A volte mi chiedo se non abbiano ragione loro.
Un uomo molto elegante e ben curato, forse un politico o un manager,
estrae dalla borsa di pelle una barretta di cioccolato. Strappa la carta
e spezza la barretta con molto contegno, come se avesse paura che il
rumore potesse disturbare gli altri.
Mi colpisce: tutti si ignorano e lui ha paura di disturbare.
Il treno si ferma ancora con quello stridore di freni tipico della metropolitana.
Le porte si aprono di scatto.
Altri scendono, altri salgono.
Tra gli altri, due extracomunitari, uno dei quali prende posto accanto
a me.
Tra le mani ha una rivista, Los Andes che, scopro sbirciando la copertina,
è un mensile dedicato ai latinoamericani che vivono in Europa.
Sorrido pensando a quante cose non sappiamo di queste etnie che, ormai,
convivono con noi. Sono probabilmente uruguaiani, lo capisco da alcune
frasi che si dicono. Hanno un odore strano, nuovo, non cattivo, che
porta per un attimo la magia di posti lontani.
All’improvviso il silenzio è rotto da una melodia: sono
violini. Due.
Mi sporgo, destabilizzato per un attimo dalla sorpresa, per capire da
dove arriva il suono. A metà carrozza due uomini di mezza età,
di nazionalità probabilmente slava o rumena, stanno uno di fronte
all’altro con i due violini. Uno si occupa dei bassi, l’altro
della melodia vera e propria.
E’ stupendo.
Chiudo gli occhi e mi godo questo concerto, immaginando che nel loro
paese questi due barboni sono probabilmente due maestri di violino o
forse due musicisti professionisti, fuggiti alla guerra verso un sogno
che li ha portati a doversi esibire sottoterra.
Peccato.
Il lato positivo è che adesso mi stanno regalando un momento
magico, mi coccolano di note in uno stralcio di vita inaspettato, accompagnandomi
in questo breve viaggio e, nel fondo del cuore, gliene sono grato davvero.
Poi la musica cessa, il sogno si rompe ed ecco riapparire il bicchiere,
ancora più malconcio, questa volta di un’altra catena di
fast-food che non conosco. I due fanno il giro della carrozza e poi
scendono, quando le porte si aprono per permettere ad altri frammenti
di umanità di mescolarsi tra loro.
Una ragazza appena salita prende il posto della giovane-anziana davanti
a me.
E’ carina. Molto carina.
La guardo alzando gli occhi per un attimo e poi mi giro distrattamente
verso alcuni depliants appesi. Mi piacerebbe poterle parlare. Rompere
il ghiaccio e conoscerla.
I suoi occhi sono molto profondi, ma non posso leggerli. Vorrei chiederle
di scendere alla prossima fermata per bere un cappuccio insieme e conoscerci.
Vorrei che tornassero i violinisti per dedicarle un’emozione.
I violinisti.
Ad ogni fermata, quando le porte si aprono, sento in lontananza la loro
musica provenire da un’altra carrozza che nel frattempo hanno
raggiunto per proseguire il loro concerto sotterraneo.
Vorrei che tornassero da me. Mi sono dimenticato di mettere una moneta
nel loro bicchiere sconosciuto.
Cerco nella mia tasca: 20 centesimi, il resto del pedaggio autostradale.
Avrei potuto dar loro almeno questa moneta. L’emozione che mi
hanno regalato varrà bene 20 centesimi.
E invece no, non l’ho fatto. Non ci ho pensato per tempo.
La ragazza davanti a me estrae una rivista da un sacchetto ed inizia
a leggerla. Adesso le chiedo cosa sta leggendo e quante altre cose interessanti
contiene quel sacchetto. Vorrei dirle quante cose interessanti contiene
il mio cuore.
Ma devo scendere, sono arrivato.
Salendo le scale verso la luce, assaporo il calore del sole e la leggera
brezza del tardo mattino. Sono pronto alla giornata che mi attende.
Ho ancora in mano la moneta: il prezzo di un’emozione.
La rimetto in tasca pensando al viaggio di ritorno…
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