La luce del cuore
di Alex Rusconi
Mi innamorai non appena La vidi.
Ero così annebbiato dal mio lavoro, immerso nelle mie passioni,
concentrato sui miei progetti che non avevo mai pensato che una persona
potesse completare la mia vita senza essere di peso e di ostacolo al
mio mondo.
Lo capii in un solo istante quando i Suoi occhi incrociarono i miei,
nel buio umido di una notte di inizio autunno, sotto il parapetto molto
poco romantico di un distributore di benzina, dove Lei era in difficoltà
apparentemente insormontabili nella gestione del self-service.
Mi fermai e trovai le Sue pupille imploranti che incrociarono il mio
sguardo distratto come se un gioco perverso del destino avesse organizzato
per noi quel momento nel quale un’emozione da poco nata da una
piccola difficoltà, dovesse sembrare l’implorazione di
una vita per il completamento di una coppia che aspettava di incontrarsi
dall’eternità…
Mi innamorai non appena i Suoi occhi diradarono la nebbia di anni persi.
Mi innamorai di Lei nell’istante in cui il mio cuore capì
finalmente il suo scopo di essere…
Per me Lei era il sole, la luce che mi permetteva di esistere, di rinfrancarmi
e di ricaricarmi di emozioni.
La luce grazie alla
quale vedevo.
La luce nella quale, finalmente, riconoscevo me stesso.
Ogni minuto trascorso con Lei valeva più dei molti anni passati
in compagnia delle mie passioni e dei miei lavori ed ogni singolo suono
che usciva dalla Sua bocca era musica che accompagnava il ritmo dei
miei giorni felici. Nulla poteva toccarmi.
Anche le tragedie umane più terribili stemperavano la loro drammaticità,
così come i piccoli guai quotidiani facevano il solletico alla
mia vita.
Con Lei era tutto un unico piacere, una luce celestiale che illuminava
il cammino del vivere: persino i nemici, gli ostacoli, i guai assumevano
una connotazione positiva perché erano stimoli per migliorare
ed apprendere. Lo imparai da Lei seppur mai me lo insegnò.
Il giorno in cui Lei se ne andò, il sole si spense.
Erano trascorsi tre anni da quando ci eravamo trasferiti nella nuova
casa, arredata da noi con passione e parsimonia: i mobili erano a buon
mercato ma il legno era intriso d’amore. Il divertimento dell’arredarla
insieme era stato ben presto sostituito dalla gioia di viverla insieme,
ogni sera, al ritorno dal lavoro, quando il divano ci attendeva per
assistere ai nostri abbracci.
Quella sera il divano assistette soltanto ai miei pianti, mentre apprendevo
che Lei se ne andava via, laddove non potevo raggiungerla, se non ricorrendo
ad un trucco meschino per ingannare la natura e la vita.
E il giorno in cui Lei se ne andò, il mio sole si spense.
Il giorno in cui Lei volò via, ogni luce si spense.
Me ne resi conto il mattino seguente, quando controvoglia mi alzai dal
letto.
Ripetevo nella mia testa che era necessario andare avanti seppur il
mio cuore non ne fosse convinto.
Inizialmente non ci feci caso.
Ci volle circa mezz’ora perché un iniziale smarrimento
lasciasse il posto ad un’assurda certezza. Assurda perché
non potevo credere ai miei occhi, pensai che i miei sensi mi avessero
abbandonato…
Eppure la realtà era lì davanti a me, chiara e tragicamente
ridicola: la mia ombra era sparita!
Controllai accendendo ogni lampada e ponendomi contro i muri, poi mi
decisi ed uscii in giardino, mettendomi nel pieno sole del mattino:
nessuna traccia di ombra partiva dai miei piedi, come per un’intera
vita era successo, per stendersi sull’erba a farmi compagnia.
Nessuna ombra, come se io stesso non esistessi.
Ma io c’ero, me lo dimostrò la mia vicina di casa che non
mancò, mentre annaffiava le piante ormai senza fiori, di salutarmi
come ogni mattina informandosi sulla mia salute e chiedendomi se Lei
dormiva ancora…
Sì, dorme.
Per qualcuno non se ne era andata. Finchè una notizia non ti
raggiunge, quella notizia non esiste.
Uscii di casa per recarmi al lavoro, poi cambiai idea e decisi che me
ne sarei andato in campagna. Volevo fuggire, ma non potevo certo fuggire
da me stesso e mi illudevo che premendo l’accelleratore dell’auto
a tutta velocità sarei forse riuscito a lasciare indietro il
dolore, come se il dolore corresse su un auto che si può seminare.
Poi mi resi conto che l’ombra sul muro che costeggiava la mia
auto era l’ombra di un’auto come la mia (e che manteneva
la stessa velocità) ma senza il guidatore: il profilo dell’auto
la mostrava con i finestrini trasparenti come se alla guida non ci fosse
nessuno. Mi fermai all’improvviso, frenando senza neppure gettare
un’occhiata allo specchietto retrovisore…
Uscii dall’auto come impazzito e mi misi in piedi sul cofano,
saltando come un forsennato e osservando la scena sul muro bianco al
mio fianco che circondava chissà quali realtà a me sconosciute.
L’ombra dell’auto non cambiò. Sull’auto, nell’ombra,
nessuno stava in piedi sul cofano, nessuno saltava, nessun essere in
movimento stava nelle vicinanze dell’auto: era l’ombra di
un’automobile parcheggiata da qualcuno che se n’era andato
chissà dove…
Eppure io ero lì ed ora iniziavo anche a capire: era Lei che
andandosene aveva fatto spegnere il sole ed ogni luce della mia vita.
E senza luce, non esiste ombra.
Mi ritrovai così condannato ad una vita senza ombra e non potei
fare a meno di pensare che forse avevo perso qualcosa di importante.
Chissà che l’ombra, in fondo, non rappresenti la nostra
anima o la nostra coscienza, sempre lì, indefessa al nostro fianco,
a ricordarci che esistiamo e che abbiamo la grossa responsabilità
di vivere se vogliamo guadagnare questo mondo.
E quando la luce si spegne, lei sparisce ma il fatto non è rilevante
perché, in fondo, anche noi nel buio non esistiamo più
e così pure tutto ciò che ci circonda; ma basta accendere
una candela ed eccola lì, ancora con noi, ancora più suggestiva…
Io non ce l’avevo più e alla fine decisi che non mi importava.
Avevo ben altre assenze a cui pensare in quel momento…
Fu con il passare del tempo, e l’apparente attenuarsi del mio
dolore, che mi ritrovai a pensare a questa cosa della mia ombra che
mancava. A volte mi ritrovavo imbarazzato nel temere che qualcuno se
ne accorgesse, non avrei saputo quali giustificazioni dare… Invece
sembrava che nessuno ci facesse caso, la vita per tutti continuava allo
stesso modo, ognuno con la propria ombra senza che nessuno venisse a
chiedermi spiegazioni sulla mancanza della mia.
Mi venne in mente anche una fotografia che feci durante una gita con
la scuola, molti anni prima. Una fotografia nella quale avevo impresso
su pellicola l’immagine della mia ombra che si stagliava sull’asfalto.
La cercai invano nella scatole dei ricordi, piangendo ogni due minuti
perché immancabilmente mi capitavano tra le mani frammenti di
felicità perduta, ma quel pezzo di carta sembrava essere svanito
nel nulla. Eppure era importante per me quella fotografia, rappresentava
forse l’immagine della mia anima che mia aveva abbandonato e rivedendola…
forse… chissà…
Rinunciai presto, come avevo rinunciato a molte altre cose…
I mesi e gli anni sono trascorsi veloci ma della mia ombra… neanche
l’ombra.
Oggi mi permetto di scherzarci sopra perché per me è diventato
un fatto di routine. Da tempo posso fare ombre cinesi su un muro bianco
senza che sul muro appaia nulla, da tempo pongo la mano a visiera sulla
mia fronte senza che nessuna ombra mi copra gli occhi per ripararmi
dai raggi del sole.
Il sole?
Per me non c’è più…
E con lui l’ombra che, la speranza è ormai diventata certezza,
ha sicuramente raggiunto la mia Lei e Le tiene compagnia, in attesa
che anch’io mi unisca a loro.
Per ricominciare.
Nel frattempo mi accontento di trascorrere con lei le ore più
calde di ogni mia giornata, nel piccolo cimitero dietro la ferrovia
dove le parlo di quello che succede, sperando di non annoiarla, e mi
perdo ancora nei suoi occhi celesti in quella fotografia sbiadita che
da anni mi guarda con dolcezza.
E quando pongo il mazzo dei
suoi fiori preferiti nel vasetto d’argilla davanti alla lapide
mi diverto a guardare l’ombra del mazzo che, senza alcun sostegno,
levita a mezz’aria e si appoggia delicatamente nel supporto.
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