L’appuntamento
di Alex Rusconi
Le nuvole,
fuori dalla finestra della cucina, si rincorrevano lente, nello scorrere
tipico di una giornata di fine autunno. Roberto le osservava rapito,
come se il suo cuore potesse prendere il volo da un momento all’altro
e unirsi a quelle masse di vapore acqueo che, fin da bambino, attraevano
il suo sguardo e i suoi sogni ancora immaturi…
L’orologio pretese ad un tratto la sua attenzione: era quasi ora
di andare.
L’appuntamento era troppo importante per rischiare di arrivare
in ritardo. Prese il cappotto, l’ombrello e le chiavi ed uscì
di casa, nell’aria pungente delle quattro del pomeriggio.
Mentre camminava con il sorriso sulle labbra verso la Santella, non
potè fare a meno di notare come, mese dopo mese, il suo paesello
si stesse svuotando. Fino a pochi anni prima era ancora un paese di
arrivi e partenze, con persone di tutte le età che affollavano
i bar e la piazza con entusiasmo, alla ricerca di compagnia, di un bicchiere
di vino, di un compagno per una partita a briscola, di una compagna
per la vita…
Ora era solo un paese di partenze, una stazione in cui i treni in arrivo
erano molto rari e comunque semivuoti.
Girò rapido l’angolo della merceria.
In realtà della merceria era rimasta soltanto una vecchia insegna
scrostata che, per qualche miracolo della fisica, restava appesa a due
chiodini arrugginiti che sembravano continuamente chiedersi se il loro
lavoro era ancora necessario…
“Ci fanno un negozio di computer…”, gli aveva detto
qualche mese prima Fausto, un amico di infanzia che non era destinato
a vedere il futuro di quello spazio immobiliare. Aveva avuto un infarto
tre settimane prima e non era riuscito ad afferarsi alla vita, forse
perché stanco di una lunga esistenza di lavoro e sacrifici.
Roberto si chiedeva quando sarebbe stato il suo turno. Da quando aveva
superato i settant’anni aveva cominciato a provare questo senso
di provvisorietà, come quando si preparano le valige per un viaggio
e si resta in piedi, nel corridoio, ad aspettare l’ora della partenza.
Ma stava bene, questo era importante, e soprattutto aveva il suo appuntamento
alla Santella, alle quattro e mezza in punto.
Era leggermente in anticipo, come si conviene alla buona educazione
ricevuta da due genitori dei quali stava pian piano, suo malgrado, dimenticando
i volti.
Si sedette sulla panchina in legno verde che conosceva molto bene ed
attese.
Alcune foglie si divertivano a danzare ai suoi piedi e una bottiglia
in plastica che aveva cessato i suoi doveri da qualche tempo, rotolava
solitaria ai margini dell’aiuola.
Roberto osservava il mondo attorno a lui con il suo tipico sorriso sereno,
felice di condividere la sua piccola ansia con tutto ciò che
lo circondava, fossero animali, persone o oggetti inanimati.
Alle cinque meno cinque guardò per l’ultima volta l’orologio,
poi sporse la testa leggermente verso sinistra come se qualcosa avesse
attirato la sua attenzione. Un gatto lo osservò per un attimo
e scappò via, raggiungendo in un folto cespuglio una nuova realtà
che a lui era preclusa.
Alle cinque e dieci, aiutandosi con l’ombrello, si alzò
dalla panchina e si avviò verso casa.
Non era venuta.
I suoi capelli brillavano al sole mentre si allontanava col passo svelto
da ragazza di campagna.
“Lunedì alle quattro e mezza alla Santella…”
aveva detto Sara con un sorriso, mentre i suoi occhi erano a pieno diritto
in competizione con l’astro celeste che, per un attimo, preferì
nascondersi dietro una piccola nuvola di passaggio.
Si erano conosciuti qualche settimana prima e avevano iniziato a frequentarsi.
Nonostante la differenza d’età, il feeling tra i due era
stato subito molto forte e quel giorno si erano baciati.
Prima lui aveva avvicinato timidamente il viso alle sue labbra, come
per osservarle da vicino.
Poi l’aveva guardata negli occhi dolcemente, attendendo un barlume
d’assenso che non aveva tardato ad arrivare.
Quindi le labbra si erano sfiorate, assaporando quel momento con sacralità,
fino all’esplosione di una passione che aveva finalmente trovato
lo sfogo che bramava.
Roberto credeva di impazzire d’amore mentre il suo corpo si stringeva
a quello di lei e ne scopriva le forme complesse fino al momento in
cui Sara decise di separare quell’incastro perfetto.
“Devo proprio andare adesso, altrimenti perdo il treno…”
disse nascondendo la sua gioia dietro una maschera di finto, momentaneo,
dolore “ci vediamo lunedì alle quattro e mezza alla Santella…”
Ma il lunedì successivo, Roberto non vide arrivare il suo amore
all’ora stabilita e, sorridendo seraficamente, era tornato a casa
pensando che, probabilmente, lei si riferiva al lunedì seguente.
Erano ormai quasi cinquant’anni che, tutti i lunedì alle
quattro e mezza, Roberto attendeva sereno sulla panchina l’arrivo
di Sara.
Lei non poteva averlo preso in giro.
Aveva detto “lunedì alle quattro e mezza…”,
senza specificare la data.
Lei non poteva aver mentito.
E settimana dopo settimana, anno dopo anno, Roberto assaporava nelle
viscere l’arrivo del lunedì perché sapeva che quello
poteva essere il giorno buono.
Ricordava ancora molto bene il sapore delle sue labbra, a scapito del
viso dei genitori, e fin dalla sera della domenica, non poteva fare
a meno di immaginarsi un nuovo incontro di labbra a suggellare un amore
che andava oltre i confini del tempo.
Aveva lavorato per oltre quarant’anni in una merceria dove il
lunedì era il suo giorno libero e, ringraziando la provvidenza
per questo segno del destino che gli permetteva di essere presente all’appuntamento,
portava avanti la sua vita con un’attività che amava e
che gli permetteva di essere costantemente in contatto con il mondo…
Aveva anche rischiato grosso, otto anni prima, quando si era recato
alla Santella con la febbre alta e il sudore freddo, tremando ad ogni
passo senza mai abbandonare il placido sorriso che lo accompagnava da
una vita.
Ma la cosa curiosa era il fatto che mai una volta aveva visto anima
viva alla Santella mentre lui era lì ad aspettare. Si chiedeva
se mai essere umano, oltre a lui si fosse seduto su quella panchina
o avesse pregato davanti alla madonnina che lo osservava ogni lunedì.
Mai una persona aveva disturbato la sua attesa.
Mai. Neppure di passaggio.
Ora, mentre tornava a casa, le nuvole si erano scurite e il riflesso
rosso del sole all’orizzonte si stava dissolvendo nella sera in
arrivo. Roberto camminava piano, andando già con il pensiero
al lunedì successivo.
I petali della settimana si alternarono come da sempre accade, facendo
seguire al lunedì un martedì carico di poggia, poi un
mercoledì senza storia e un giovedì che restituì
il bel tempo agli alberi gialli e rossi dell’ottobre inoltrato.
Il week end portò al paese un po’ di vita grazie ad una
fiera rionale che si svolgeva ogni anno in quel periodo, ma il lunedì
ritrovò quelle case, quelle vie e quelle piazze deserte e spoglie
come se nulla fosse successo in quel fine settimana.
A metà pomeriggio una tortora infreddolita si posò sulla
Santella ad osservare i panorama.
Sotto di lei, una panchina in legno verde con evidenti segni del tempo.
Seduto, un anziano signore con un ombrello puntato in terra e le mani
sopra, come se volesse spingerlo nel terreno fino a raggiungere profondità
inesplorate.
Sulle mani incrociate, la fronte dell’uomo restava appoggiata,
immobile, come in una preghiera.
Ad un certo punto la sagoma sulla panchina ebbe un sussulto, forte abbastanza
da spaventare la tortora sulla Santella che se ne volò, incurante
delle brutture del mondo, verso altri tetti accoglienti.
Rumore di passi.
Passi sul selciato, probabilmente prodotti con scarpe da donna. Sembravano
avvicinarsi.
Era un rumore nuovo per Roberto. Un rumore che aveva atteso di sentire
per quasi mezzo secolo.
Si alzò con calma dalla panchina e si diresse sorridendo dalla
parte opposta a quella da cui proveniva il rumore.
Dirigendosi sereno verso casa osservò le nuvole lontane, pensando
che presto le avrebbe finalmente raggiunte.
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