di
Alex Rusconi

Intervista
esclusiva realizzata per la rivista MAGIA (n° 4)
Quello
che leggerete è uno stralcio dell'intervista che ho realizzato
per MAGIA e che verrà appunto pubblicata integralmente sulle
pagine di questa nuova, straordinaria rivista di Massimo Polidoro.
Spero di riuscire a incuriosirvi, perchè l'intervista integrale
è molto più lunga e ricca di curiosità...
Milano,
Settembre 2005.
Mi trovo nella splendida cornice dei Navigli, a cena con quello
che è universalmente riconosciuto come il più grande
trasformista del mondo. Siamo solo noi due e, tra un bicchiere (d’acqua)
e un altro, la conversazione diventa un’intervista, l’intervista
un racconto incredibile, il racconto incredibile un viaggio fantastico
nei ricordi e nei sogni…
Mi sarei sentito un egoista a tenermi per me questo tesoro di esperienza,
di intelligenza e di emozione, così ho deciso di condividerlo
in esclusiva con gli intelligenti lettori di ‘Magia’,
la vera rivista italiana di cultura magica.
Arturo Brachetti è un personaggio che non ha bisogno di presentazioni:
famoso in tutto il mondo, ha conquistato premi e ovazioni come ben
pochi italiani oltre a lui e ha reinventato una forma di spettacolo
abbandonata per elevarla al massimo grado dell’arte. Da vent’anni
è una stella che brilla per onorare l’arte magica e
il nostro paese.
E’ stato protagonista di spettacoli teatrali di grande successo
sia come attore, sia come regista. Ha preso a parte a film, sit-com
americane, salotti televisivi in tutto il mondo. E’ stato
protagonista di un fumetto, Cattivik rapina Arturo Brachetti, con
i disegni di Silver.
Il suo nome compare addirittura in The Vanished Man (L’uomo
scomparso), uno degli ultimi romanzi di Jeffery Deaver, il famoso
scrittore americano autore del best seller Il Collezionista di ossa.
Un personaggio a tutto tondo, un Artista a 360 gradi che ha attirato
su di sé la simpatia del mondo intero grazie a doti artistiche
e umane non comuni.
La storia racconta che la sua passione per la prestigiazione, sfociata
poi nella specializzazione in trasformismo, sia nata all’inizio
degli anni settanta dall’incontro con il Mago Sales, al secolo
don Silvio Mantelli, tutt’oggi attivo prete-prestigiatore.
Arturo era entrato in seminario con la vocazione per il sacerdozio,
ma quella stessa vocazione lo porterà a percorre tutt’altra
strada, come lui stesso ci racconta:
“Innanzitutto
io ero un ragazzino piccolino, magrolino e sfigato per cui tutti
mi prendevano in giro. Ero il più piccolo della classe e
quindi cercavo disperatamente una vendetta sociale, un modo per
mettermi in mostra agli occhi dei miei amichetti. Ero una schiappa
a football, anzi, ero proprio tremendo: una sola volta ho giocato
a football ed era una partita di Carnevale, magri contro grassi,
in cui ovviamente giocavo per i magri. Pessima figura.
Anche il resto della mia adolescenza era piuttosto triste. Per fortuna
presso questo Centro Salesiano esisteva il “Club del Teatro”
dove io ho iniziato facendo le marionette. Con le marionette ho
passato tutta la mia infanzia, facendo spettacoli per mia madre
e mia sorella che a un certo punto non ne potevano più di
vedere “Biancaneve e i sette nani” e “La bella
addormentata nel bosco”. Avevo però già iniziato
ad usare la mia creatività, inventando scenografie che cambiavano,
un palco girevole creato con il piatto di una torta, insomma mi
ingegnavo fin da bambino.
Ricordo che in quel periodo se mi capitava tra le mani, a casa di
amici, un’enciclopedia, le prime parole che andavo a cercare
erano ‘Teatro’, ‘Burattini’, ‘Marionette’
oppure ‘Magia’.
Poi, in seminario, conobbi questo strano prete che faceva i giochi
di prestigio e ne rimasi completamente affascinato tanto che lo
pregai, termine giusto riferito a un sacerdote, di prendermi come
suo assistente. Lui, don Silvio Mantelli, accettò e, dopo
non molto tempo, forse due o tre settimane, mi diede la possibilità
di fare io stesso un giochetto in pubblico. Il gioco era molto semplice
ma la reazione del pubblico, dei miei amici in particolare, fu di
grande stupore. Tutti mi chiedevano come avevo fatto ed io capii
immediatamente che quella poteva essere la vendetta sociale che
cercavo. Di colpo ero diventato interessante e avevo guadagnato
un punto in più rispetto a quelli che vincevano sempre a
football.
Don Silvio aveva una camera piena di giochi di prestigio, di libri
e di oggetti strani ed io ho passato, dai tredici ai diciassette
anni, quasi tutti i pomeriggi in questo stanzino a provare, a studiare,
a mettermi delle parrucche.
Poi c’era un altro personaggio molto divertente che conobbi
sempre nell’Istituto Salesiano che si chiamava Ghietti. Il
signor Ghietti era l’autista dell’Ispettore ed era un
omino alto un metro e venti, molto molto divertente: un comico naturale.
Quando l’Ispettore era in visita, il signor Ghietti ci faceva
da supplente ma la sua verve comica non veniva trattenuta a lungo
visto che, dopo poco, incominciava a disegnare Stanlio e Ollio alla
lavagna, andava in piedi sui banchi o faceva giochi di prestigio…
Poi aveva una serie di dischi, di copioni con sketch di Macario,
era un grande amante del varietà e quindi puoi capire che
grazie a questo signore e a don Silvio, io mi feci giorno dopo giorno
una cultura sullo spettacolo di varietà e di magia.
Però devo dire che ho pagato il mio debito con don Silvio.
Infatti, molti anni dopo, quando già io avevo raggiunto il
successo ed ero con il mio spettacolo a Londra, lui mi telefonò
chiedendomi una mano perché intendeva mettere in piedi dei
piccoli numeri di trasformismo. Io naturalmente lo aiutai e nacquero
quei personaggi che il Mago Sales ha fatto per molti anni nei suoi
spettacoli. Quindi alla fine gli ho, come dire, ‘rimandato
la palla…’.
Quando ho lasciato il seminario, ho dovuto ammettere con me stesso
e con don Silvio, con grande dispiacere, di non avere la vocazione
religiosa. Ed io ricordo ancora cosa mi rispose, sono parole molto
toccanti. Mi disse: “Non importa quale sia la tua vocazione,
l’importante è averne una. Se la tua vocazione è
quella di far sognare e di far sorridere la gente, tu segui quella…”
Ed io, con in testa ancora quel consiglio, continuo a seguire questa
vocazione, giorno dopo giorno, spettacolo dopo spettacolo. Un po’
come nella parabola dei talenti, la considero la missione per cui
sono nato. E tutti i sacrifici che faccio, la dieta, la ginnastica,
le ore di viaggio, le ore di preparazione, li faccio perché
so che la mia vita è quella in scena e devo quindi indirizzare
tutto verso questa missione…”
Nel
1978 a Saint Vincent, Arturo Brachetti vince il Premio Bustelli
e da quel momento viene notato e stimato come artista completo sebbene
abbia solo diciassette anni. Arturo ricorda bene quel momento e
i fatti che ad esso successero ed è proprio dalle sue parole
che scopriamo com’è cominciata una delle più
folgoranti carriere del nostro secolo:
“Mi
presentai al congresso di Saint Vincent nel 1978 e feci il concorso
nel pomeriggio. Dopo il mio numero ci fu una tale ovazione che mi
chiesero di fare il Galà la sera stessa, cosa assolutamente
fuori dalle regole visto che io, a quel momento, ancora non avevo
vinto nessun premio. Feci dunque questo Galà, nel quale ricordo
si esibirono molti personaggi importantissimi, come Silvan e Chun
Chin Fu, solo per citarne due. Nel mio numero, già di trasformismo,
interpretavo sei personaggi: una cantante lirica, una donnina vestita
di rosa che diventava una donnina vestita di nero, un direttore
del Circo e infine un uomo in frac bianco che, dietro una bandiera,
diventava un uomo in frac nero, finale che ho mantenuto nel tempo
e presento, modificato, anche nel mio show attuale. In quei tredici
minuti, inoltre, facevo anche diversi giochi di prestigio…
Il giorno dopo vinsi il Premio Bustelli e Vittorio Balli, l’allora
Presidente del Circolo Amici della Magia di Torino, mi propose di
partecipare al Congresso di Böblingen. Io accettai e un paio
di mesi dopo, con il medesimo numero, partecipai a questa manifestazione
organizzata da Manfred Tunn. Tra il pubblico, in quell’occasione,
era presente Gerard Majax che aveva un gran mal di testa e voleva
andare a dormire. Furono Balli e Pasqua a convincerlo a rimanere
almeno fino al mio numero e così, per mia fortuna, avvenne.
Il giorno dopo Majax mi fece moltissimi complimenti, dicendomi che
non aveva mai visto fare numeri di trasformismo e gli unici suoi
riferimenti su quest’arte erano Leopoldo Fregoli e pochi altri
personaggi degli anni trenta.
Decise che mi avrebbe presentato a Jean Marie Rivière che
era il direttore artistico di un nuovo Music Hall parigino, il Paradis
Latin, che nasceva in quegli anni con lo scopo di proporre spettacoli
di varietà tradizionale.
Una settimana dopo io e Alberto Sitta partiamo e andiamo a vedere
lo spettacolo del Paradis Latin. Quando lo vidi, la prima cosa che
pensai fu: “Qui non mi prenderanno mai…”.
A quei tempi il sogno della mia vita era lavorare a Parigi. A casa
avevo i dischi e i programmi delle Folies Berger, avevo le riviste
del Lidò, del Moulin Rouge… Insomma la mia massima
aspirazione era lavorare in un Music Hall parigino che mi affascinava
molto più di Las Vegas. Tra parentesi, la penso così
ancora oggi, dopo aver girato il mondo…
La sera prima della mia audizione conobbi questo Jean Marie Rivière
che mi disse: “Mi ha detto Gerard che il tuo numero consiste
in cambi d’abito veloci. Ma quanto veloci? Quanto impieghi
a trasformarti?”. Io gli risposi, un po’ sul vago: “Mah,
non saprei, tre… quattro secondi…” e a quel punto
dalla sua bocca uscì un: “…mmmmm…”
che io interpretai negativamente pensando che magari, in quei posti
mitici, la gente si cambiava in mezzo secondo. Invece il suo “…mmmm…”
era espressione di uno scetticismo che sarebbe crollato tempo dopo,
quando mi vide all’opera… Ma andiamo con ordine.
Il giorno dopo feci questa audizione davanti a Rivière, al
direttore del teatro e al regista dello spettacolo. Quando videro
il mio numero, subito mi dissero che potevo lavorare presso di loro
ma avrei dovuto accorciare i tredici minuti riducendoli ad un massimo
di otto/nove minuti, impresa che in quel momento mi sembrò
impossibile.
Venni quindi assunto come attrezzista, il che voleva dire pulire
la gabbia del coniglio, dipingere le ringhiere, attaccare i manifesti,
cenare con i cuochi marocchini. La sera, in ‘premio’,
facevo la comparsa nello spettacolo… E per me era davvero
un premio stare in mezzo a quei quaranta artisti che venivano da
tutto il mondo. Era veramente un luogo folle, fuori dal tempo e
assolutamente non paragonabile a nulla che si veda in Italia…
Alle due di notte, a teatro vuoto, io provavo il mio numero con
il nuovo sottofondo musicale che durava nove minuti. Per due mesi,
quattro o cinque giorni alla settimana, feci queste prove, in teatro
da solo in piena notte, fino a quando non ritenni di aver preparato
e finito il mio nuovo numero che era un fac-simile di quello con
il quale vinsi il ‘Bustelli’, solo velocizzato e accorciato.
Ricordo che lo mostrai a Jean Marie Rivière un tardo pomeriggio,
erano le diciotto circa.
In un Music Hall di Parigi, alle diciotto, già ci sono i
camerieri che sistemano i tavoli con lo champagne e gli addetti
ai lavori che si preparano per la serata. Calcola che il Paradis
Latin era un meraviglioso teatro dell’ottocento, ritstrutturato
in rosso e nero, che teneva almeno seicento posti a mangiare, quindi
era piuttosto grande. Quando mi esibii, quel tardo pomeriggio, tutti
si fermarono a guardare il mio numero. Lo scenografo aveva cambiato
la scena e aveva creato intorno a me un’atmosfera ‘magrittiana’
quindi ero diventato improvvisamente un personaggio surrealista
che viveva in questo quadro di Magritte. Non ero più un mago
che si cambiava ma un elfo della metamorfosi, un po’ androgino,
perché questo era anche il bello del mio personaggio: chi
mi vedeva si chiedeva fino all’ultimo se fossi un uomo o una
donna…
Alla fine del numero la sala impazzì: i camerieri applaudivano
entusiasmati, gli addetti ai lavori rimasero in piedi a guardare
e il mio più importante riferimento, Jean Marie Rivière,
mi disse: “Bene, cominci stasera!”.
Una
cosa che colpisce di Arturo Brachetti è il suo essere riuscito
a rimanere un bambino, nonostante la data di nascita testimoni i
suoi 44 anni. Qualche anno fa, l’abbiamo visto particolarmente
a suo agio tra i personaggi della Walt Disney durante uno special
televisivo da Disneyland Paris che conduceva in coppia con Romina
Power e che vantava la presenza di ospiti importantissimi di respiro
internazionale come Harry Blackstone jr., Juan Tamariz, i Take That
e i Pendragons. Andiamo a scoprire quanto è importante per
Arturo riuscire a coltivare il bambino che c’è dentro
di noi e in che modo è possibile fare questo, mantenendo
comunque l’equilibrio con la realtà ‘adulta’
che ci circonda quotidianamente.
“Il
mito del bambino non è una mia invenzione. Già il
grande Giovanni Pascoli nella sua poesia ‘Il fanciullino’
diceva che dentro di noi c’è un bambino di otto anni
e mezzo che per tutta la vita ci accompagna e vorrebbe ancora scherzare
e giocare ma che viene spesso ‘castrato’ da noi stessi.
Quando una persona è davvero geniale, lascia sveglio e attivo
questo bambino e rimane curioso fino a novant’anni. Se pensi
alla fotografia di Albert Einstein che fa la linguaccia e ha settant’anni,
capisci che il suo bambino era molto sveglio eppure stiamo parlando
di un vero genio…
Fellini, nel suo film ‘Otto e mezzo’ dimostra che una
persona può avere quarant’anni e la testa di un bambino
di otto anni e mezzo, apparentemente immaturo e inconcludente ma
che alla fine si riscatta sempre.
Per tornare a me e restare in tema, mi sto occupando in questi giorni
della regia teatrale del nuovo spettacolo di Aldo, Giovanni e Giacomo.
Questi tre sono persone serissime, tranquille e normalissime eppure
quando si fanno le prove ecco che da loro esce il meccanismo del
‘bambino’ che fa e dice stupidate e solo grazie a questo
meccanismo loro riescono a creare quegli sketch che li hanno resi
famosi. Proprio oggi, ad esempio, hanno fatto per il primo quarto
d’ora i bambini svogliati e carognoni ed io li redarguivo
come fossi una specie di maestra di scuola. In quel momento è
scattata l’improvvisazione ‘giusta’ dalla quale
nascono le idee e, alla lunga, gli spettacoli di successo. Bisogna
lasciarsi andare.
Il bambino, inoltre, è la rappresentazione dell’innocenza.
Se provi a fare un gioco di prestigio a un bambino piccolo, diciamo
di quattro o cinque anni, ti rendi conto che la sorpresa che susciti
in lui è una cosa unica, la più grande paga che puoi
avere come prestigiatore. E se tu riesci a far risvegliare questa
meraviglia anche negli adulti, gli adulti te ne sono molto grati
perché il pubblico si affeziona sì al cantante, all’attore,
al comico ma, se il prestigiatore è bravo, avranno verso
di lui un affetto diverso, più profondo, perché è
stato in grado di farli sognare e, in qualche modo, di farli tornare
bambini.
Quando la gente sogna attraverso un personaggio, finisce per santificarlo
in maniera esagerata. Prima dello spettacolo ricevo delle e-mail
che chiedono come faccio a cambiarmi, quante persone ci sono dietro
le quinte, ecc. Ma dopo lo spettacolo le e-mail di chi vi ha assistito
sono piene di gratitudine per aver ridato loro due ore di infanzia
e di sogno!
I prestigiatori spesso non sono in grado di sfruttare pienamente
questo potenziale di emozione e stupore che possono infondere. Hanno
in mano una Ferrari e la usano per arare i campi…
Bernard Shaw diceva: “Quando il teatro funziona, la gente
deve piangere o ridere o sognare. Oppure tutte e tre le cose insieme…”
Allora vi è il massimo del risultato. E noi abbiamo i mezzi
per raggiungere questo risultato, quindi non è scusabile
che un prestigiatore non piaccia al suo pubblico. A quel punto,
che cambi mestiere…
Io credo di essere riuscito a raggiungere questo risultato, in particolare
con il mio ultimo spettacolo “L’uomo dai mille volti”,
ma ci è voluto un lavoro immenso, uno studio incredibile
che è durato quindici anni di continua maturazione. Non credo
riuscirò a farne un altro così…”
Viviamo
in un mondo in cui tutti si considerano Artisti, peraltro tenendoci
molto alla A maiuscola. Arturo, che Artista lo è veramente,
cosa pensa di tutto ciò? O meglio, anche ammesso che chiunque
faccia un’attività artistica si possa considerare un
artista, quando viene davvero meritata la lettera maiuscola? La
vera arte dove risiede?
“Un
artista è bravo quando porta in scena le proprie sfighe e
i propri sogni. Quando vedi Edith Piaff che canta l’ “Inno
all’Amore” tu capisci che dietro a questa interpretazione
c’è una donna che non è mai stata amata perché
piccola e brutta e quindi attraverso questa canzone lei trova la
sua vendetta sociale… Nessun altro ha cantato quella stessa
canzone con lo stesso pathos. La nostra Anna Magnani quando cantava
“O sudato ‘nnamurato”, Totò quando faceva
i suoi ultimi sketch ed era quasi cieco… Capivi che stavano
portando in scena qualcosa di vero, c’era nella loro esibizione
un poco della propria anima. Quando tu apri la porta della tua anima
e la gente riesce a vedere attraverso, anche se non è d’accordo
con le tue idee, rimane affascinata.
Credo che tutti gli artisti che hanno fatto qualcosa di veramente
unico e originale è perché hanno portato in scena
una parte di sé stessi. E la gente lo capisce da sola, senza
doverglielo spiegare.
Quando io sono in scena, il mio pubblico capisce che ho il terrore
di invecchiare. Non dico che vorrei restare sempre bambino, certo
però preferirei morire a sessant’anni con un fisico
di trenta che a ottanta con un fisico da ottanta. E nel mio spettacolo
questo si percepisce, gli spettatori sanno che mi sto facendo un
trip personale…”
Novello
Dorian Gray, sappiamo che Arturo riuscirà a trovare il segreto
dell’eterna giovinezza e dell’immortalità. Come
ogni grande personaggio, come tutti i grandi Artsiti, vivrà
per sempre nelle sue produzioni, nelle emozioni che avrà
creato, nel mito di una carriera unica e meritata, perché
portata avanti con il cuore.
Da questa serata speciale ho imparato molte cose da applicare sia
nella mia vita privata, sia nella mia attività artistica.
Arturo non se n’è accorto ma stasera, per tutti i lettori
di ‘Magia’, l’ho vampirizzato…